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Tinto Brass

Giovanni Brass - Attore (27), Regista (25), Produttore (1), Sceneggiatore (23), Montatore (13)

photoSolo la forma, il significato, lo stile possono dare un senso, un significato, un contenuto al nonsense della realtà - Tinto Brass


Poeta della carne, dallo sguardo dissacrante e provocatorio, satirico alfiere iconoclasta della sensualità.


Giovanni Brass, detto Tinto dal soprannome Tintoretto datogli dal nonno pittore Italico, nasce a Milano il 26 marzo 1933 in una famiglia di origine russa. Trasferitosi a Venezia per studiare Giurisprudenza, dopo la laurea trascorre due anni a Parigi, come archivista alla Cinémathèque Française. Dopo aver diretto a quattro mani con Nicolas Schoeffer il cortometraggio “Spatiodynamisme”, torna in Italia sul finire degli anni Cinquanta e diventa aiuto regista di Alberto Cavalcanti (“La prima notte”, 1959), esperienza che prosegue sui set di Joris Ivens (“L’Italia non è un paese povero) e Roberto Rossellini (“India: Matri Bhumi” e “Il Generale Della Rovere”).

L’esordio alla regia, nel 1963, inaugura una prima fase della carriera di Brass, che lo impone all’attenzione della critica come autore impegnato: “In capo al mondo” (in seguito rinominato “Chi lavora è perduto” per motivi legati alla censura), “Ça ira – il fiume della rivolta” (1964), “Col cuore in gola” (1967, con Jean-Louis Trintignant), “L’urlo” (1968, nomination all’Orso d’oro al Festival di Berlino), “Dropout” (1970, con Vanessa Redgrave e Franco Nero), “La vacanza” (1971, premio della critica alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia) ne mettono in evidenza lo spirito dissacratorio e antiborghese.

Nel 1964 ha l’opportunità di dirigere Alberto Sordi e Silvana Mangano in “L’uccellino” e “L’automobile”, episodi del film collettivo “La mia signora”, firmato da Mauro Bolognini e Luigi Comencini. Nello stesso anno ritrova Sordi sul set di “Il disco volante”, a fianco di Monica Vitti, un excursus nel cinema di genere così come il successivo “Yankee” (1965), che nel 2007 la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ha selezionato tra le 32 pellicole della retrospettiva dedicata allo spaghetti-western.

Sceneggiatore oltre che regista e montatore di tutti i suoi film, in cui spesso compare, il suo sguardo si fa mano a mano più attratto da un erotismo più esplicito: nel 1977 trae da un soggetto di Gore Vidal “Io, Caligola” (con Malcolm McDowell, Helen Mirren e Peter O'Toole) che, assieme al precedente “Salon Kitty” (1975), mostrano un’attenzione più marcata verso una raffigurazione più esplicita del sesso. “Io, Caligola”, in particolare, ebbe una lavorazione travagliata, diversi guai con la censura e pesanti interventi della produzione, commissionata dal proprietario di Penthouse Bob Guccione, al punto che Brass lo disconobbe come propria regia.

Dagli anni Ottanta inizia così una seconda fase della sua poetica, con pellicole come “La chiave” (1983), “Miranda” (1985), “Capriccio” (1987), “Paprika” (1991), “Così fan tutte” (1992). Inseparabili dai film le attrici che li interpretano, volti noti rilanciati da Brass o esordienti che iniziano con lui una carriera duratura: da Stefania Sandrelli a Serena Grandi, da Francesca Dellera a Debora Caprioglio e Claudia Koll, la cui anatomia è espressione, sottolinea il regista stesso, di “ossessioni primarie e iperboli linguistiche in cui si racchiude, sintetizza e rispecchia il contenuto e il senso del mio cinema”.

Nel 1988 adatta liberamente il romanzo di Marco Lodoli e Silvia Bre “Snack bar Budapest”, e nel 1994 l’opera di Alberto Moravia “L’uomo che guarda”, per poi dedicarsi ai nove episodi di “Fermo posta Tinto Brass” (1995), una struttura che riprenderà alcuni anni dopo in “Fallo!” (2003).

A oltre 25 anni di distanza da “Salon Kitty”, nel 2002 torna ad ambientare le vicende di “Senso ‘45” negli ultimi mesi del secondo conflitto mondiale, in una Venezia dalle atmosfere decadenti. Nello stesso anno, la Cinémathèque Française gli dedica l’omaggio-retrospettiva “Eloge de la chair” (Elogio della carne).

La sua ultima regia, “Monamour” (2005), è liberamente ispirata al romanzo “Amare Leon” di Alina Rizzi. Oltre a comparire in piccoli ruoli o come comparsa in quasi tutti i suoi film, nel 2007 recita nella pellicola dell’esordiente Claudio Serughetti “Il nostro messia”, nel ruolo di un critico cinematografico. Di nuovo attore per Louis Nano, è nel cast del lungometraggio “La rabbia”, in cui recita al fianco di Philippe Leroy e Franco Nero (da lui stesso diretti anni prima in "Yankee", "Drop Out" e "La Vacanza").

Durante il Festival di Cinema Mediterraneo di Montpellier, che gli ha dedicato un omaggio, nel novembre 2006 ha annunciato di essere al lavoro su una nuova sceneggiatura, ambientata nella Venezia contemporanea, dal titolo “Vertigini”.


(Nicolò Gallio)

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